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Riflessioni in forma di dialogo su heliogabalusdi Mauro Milone e Veronica Zacchia MAURO: Salve, mi presento: mi chiamo Mauro Milone e sono uno dei tre attori dello spettacolo. Sono trascorsi circa sei mesi dal momento in cui mi è stato offerto di scrivere un intervento per questo sito, e fino ad ora non sono riuscito a partorire nulla. Volevo aggiungere a questo Atlante una figura in più, un altro tassello colorato (come in un mosaico ravennate), e poter raccontare qualcosa del lavoro, dei pensieri, delle sensazioni che possono passare nella mente di un attore all’interno della “macchina” Heliogabalus. Che ne dici, Veronica, di un dialogo? VERONICA : Si, Mauro, parliamone... Certo, io vi ho visti fin dalle prove, prima che lo spettacolo debuttasse, e quindi la mia percezione è ben diversa dalla tua, che sei dentro lo spettacolo e sei lo
spettacolo insieme agli altri due attori, Filip Bilsen e Maarten Goffin, però posso aiutarti “a far luce”, come dici tu... M: Già, forse si può partire da qui. Sì, la mia creatura si chiama “Vario” (non mi piace parlare di “personaggi”, preferisco la parola “creatura”), ma ti voglio rivelare una cosa: io non l’ho mai chiamata “Vario”; anzi, durante tutte le prove di Heliogabalus, questo mio adolescente non aveva neanche un nome. Io gli ho regalato semplicemente il mio corpo, senza chiedere nulla in cambio. Non mi facevo domande su chi fosse, non chiedevo spiegazioni a me stesso: mi limitavo ad essere lui e basta; e la mia creatura non chiedeva altro che rimanere nuda nella sua stanza. V: Certo, credo sia proprio così... M: E' stato strano. Credo sia stato un ottimo esperimento, quello di moltiplicare, come in un gioco di specchi, la personalità di Vario; devo dire che mi è piaciuto molto lavorare in questo modo. Ognuno di noi tre porta avanti un discorso separato dagli altri, e credo che questo si evinca abbastanza facilmente dalla visione dello spettacolo. Più che difficoltà, quello che ho sentito durante l'intero arco della produzione, è stato piuttosto un senso di frustrazione (nel rapporto con gli altri due "Varii")... Il fatto che in scena non ci incontriamo mai, che non abbiamo neanche uno scambio di sguardi, che uno esce e l'altro entra, insomma: tutto questo mi ha sempre provocato un sentimento, sì, proprio di frustrazione. D'altra parte è drammaturgicamente giustissimo che sia così, e credo che la regia abbia giustamente cavalcato questo sentimento anche nei confronti del pubblico. Tu l'hai provato? V: Non so se chiamarla frustrazione, però sentivo e immaginavo la difficoltà che tu potevi provare e forse mi aspettavo che voi tre "Varii" prima o poi sareste apparsi insieme... Chissà, avrei provato un sospiro di sollievo se finalmente foste riusciti a parlare tra di voi... era ovvio però, che non sarebbe mai potuto accadere. M: Hai centrato un argomento su cui io stesso mi fermo molte volte a pensare: potrebbe infatti risultare inconsueto, ma noi tre attori abbiamo parlato di Heliogabalus pochissimo! Mi ricordo che alcune sere, dopo le prove, discutevamo se ciascuno di noi dovesse più o meno prestare ascolto all’umore di chi stava in scena per poi poter così creare un collegamento tra i vari adolescenti. Qualcuno diceva di sì, qualcun altro obiettava di no, che non ascoltava assolutamente quello che succedeva in scena e che pensava unicamente al suo personaggio, staccandosi dall’umore di chi lo aveva preceduto. V: Io ho avuto l'impressione che Vario sfruttasse il piacere... sì per comunicare, ma forse perché era l'unico modo per COMUNICARE. Mi spiego meglio: Vario è come se fosse a metà tra un bambino e un adolescente, il quale non riesce a farsi capire da nessuno, soprattutto dalla mamma; Vario vuole anche giocare (come tutti i bambini) ma il gioco stesso diventa un meccanismo perverso, perché sembra quasi che non riesca a gestirlo e trova allora un modo sublime perché questo gioco lo soddisfi veramente, cioè "l'estasi", che prova con il suo "Betil". Però, Vario capisce che quell'espressione di sé è troppo forte e che neanche la mamma lo capirebbe; anzi, teme che la mamma lo possa rimproverare. Così Vario fa i capricci e sembra che non esista altro se non il suo mondo, in cui lui vuole rimanere per continuare a giocare e fare tutto ciò che vuole senza freni e senza inibizioni; mi sembra che in alcuni momenti si veda la fragilità di Vario, proprio per la sua mancanza di comunicazione. Per questo motivo egli si crea il suo universo parallelo in cui fa cose folli e si comporta quasi come un animaletto, come un bimbo… e si lascia andare uscendo fuori di sé. Non so, è una mia impressione. Tu che dici? M: Si, Vario si costruisce il suo mondo, il suo universo parallelo, proprio come fanno i bambini, quando decidono di “giocare” agli indiani e ai cowboys. In quei momenti lì, per loro, l’universo fittizio che si sono autocreati è così vero e reale che possono essere considerati degli esseri in estasi, appunto. D’altra parte l’estasi è per me il Concetto fondamentale per l’arte della recitazione. Se non c’è estasi, il lavoro di un attore risulta mediocre. E’ un concetto che si fa risalire alle prime esperienze tragiche delle feste dionisiache dell’antica Grecia, no? Mi ricordo che era una parola che veniva spesso fuori nei lavori con Fiorenza del Teatrino Clandestino... Comunque, l’estasi è un punto cardine non solo per me-attore Mauro nel rapporto con la creatura Vario, ma anche per la creatura Vario nel suo personalissimo rapporto con Eliogabalo, il suo mito. Direi, anzi, che la vita di Vario è una continua estasi! Non so perché egli lo faccia, a cosa voglia sfuggire, perché faccia i capricci. V: Si, è una bellissima conclusione, ma allora ritorniamo alle mie precedenti osservazioni. Vario non può e non deve essere giudicato. M: Assolutamente d’accordo. V: Vario deve affermare la sua identità: questo è il suo scopo. Vario deve comunicare per affermarsi, ma non con la madre, non con il suo popolo, ma con se stesso! Quindi è come se i tre "Varii" rappresentassero una metamorfosi di Vario e non potevate non uscire che tu e Maarten, perché il vostro è un gioco fatto per far divertire gli altri e soprattutto per farvi capire, ma rimangono pur sempre giochi infantili, il tuo per un verso, quello di Marteen per un altro. Perciò ti dicevo che il tuo Vario è fragile, così come quello di Maarten. Ha solo cercato di trovare diversi sistemi per imporsi, ma il tuo non ha avuto il risultato che Vario desiderava; nonostante questo, non è escluso che in Vario non sopravviva quell'animaletto infantile e buffone (tu e Maarten), anzi… Il Vario di Filip è l'unico a trovare il modo... con il suo LINGUAGGIO e la sua danza....... Finalmente Vario esce fuori di sé.... M: No, sono parzialmente d’accordo con te. Secondo me anche quello di Filip è un Vario fragile, e anche lui esce sconfitto. E’ vero però il fatto che la creatura di Filip SEMBRA aver trovato un modo per uscire fuori: rinchiudendosi in se stesso! E cioè: si accontenta del suo mondo, danza per sé; se l’esterno lo ha rifiutato (così come il popolo romano ha espulso “ner Tevere” il vero Eliogabalo), Vario si rifugia nel suo interno, rimane lì, solitarius. V: Beh, ora credo che spetti a te riordinare tutto ciò di cui abbiamo parlato per trarne delle conclusioni. Basta solo rimettere insieme le tessere del tuo mosaico, che ora sembra quasi ricomporsi da solo. Come ultima istanza, però, voglio domandarti cosa abbia significato per te questo spettacolo, cosa vuol dire per te essere "Vario" sulla scena e se lascerà un segno indelebile in te Mauro Milone... M: “Heliogabalus” mi ha lasciato naturalmente tante cose, ma forse l’aspetto che più mi ha colpito, è quel suo lato più duro, più crudele, artaudianamente parlando quindi, più “vero”: mi ha lasciato una profonda lacerazione (oltre che sulla pelle) al livello della comunicabilità. |
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